Profondo Rosso (No. 2)

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Sapevate che, a un certo punto, le M&M’s rosse furono ritirate dal mercato e sparirono per più di dieci anni? C’entrano le teorie del complotto e le lobby dei consumatori. Ma soprattutto la paura. Ecco, questa è una storia di paura.

 ***

Questa è una storia di paura. Paura del rosso, per l’esattezza. Se chiedete a un americano di raccontarvi della “red scare”, probabilmente vi parlerà della rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia e di come il popolo americano fosse terrorizzato dall’arrivo di una simile rivoluzione in casa propria. Oppure, vi parlerà di come il senatore McCarthy, agli inizi degli anni ’50, sfruttò la paura generata dalla guerra fredda e dallo spionaggio sovietico nel tentativo di limitare le libertà dei cittadini americani.

In questo caso, però, il colore rosso non simboleggia un’ideologia politica. Anzi, non simboleggia proprio nulla: questa è semplicemente la storia di un colorante per alimenti. “Red Dye No. 2”, per la precisione.

La storia

Sintetizzato per la prima volta nel 1878, il No. 2 divenne il colorante per prodotti alimentari più utilizzato nel ventesimo secolo[1]. Veniva utilizzato per caramelle, gelati, bibite, ma anche cosmetici, carta, pelle e molto altro. Fino a quando, nel 1976, l’ente americano FDA (Food and Drug Administration, tradotto: Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali ), lo rimosse dalla lista dei prodotti “generalmente considerati sicuri e ne vietò l’utilizzo negli USA.

Il No. 2 (forse lo conoscerete col più familiare nome E123) è un colorante azotato con formula chimica C20H11N2Na3O10S3, ricavato dal catrame di carbone. Che un prodotto per alimenti provenga da sottoprodotti petroliferi potrebbe suonare quantomeno sinistro alle orecchie dei non addetti ai lavori, ma il colorante era stato sottoposto a più test per determinarne la sicurezza ai fini del consumo alimentare, soprattutto in seguito all’approvazione di un pacchetto di leggi del 1938, il Federal Food, Drug, and Cosmetic Act.

Nei primi anni ’50, però, la percezione che il pubblico aveva dei coloranti alimentari cambiò improvvisamente, quando diversi casi di gravi malori in bambini che avevano ingerito grandi quantità di alimenti colorati (dolcetti di Halloween) indussero la FDA a svolgere ulteriori test. In questo caso, il No. 2 fu però scagionato ai danni di un altro colorante, l'”Orange Number 1″, che fu ritirato dal mercato nel 1956. Vista la delicatezza della materia, la FDA considerava necessario testare periodicamente certi prodotti perché questi potessero ottenere la certificazione GRAS (“Generally Regarded As Safe”). Negli anni successivi, la certificazione del colorante No. 2 fu rinnovata per 14 volte[2], prima che altri “rossi” arrivassero a rovinarne la reputazione.

Nel 1970, infatti, due ricerche sovietiche[3][4] attribuirono al colorante effetti cancerogeni. Gli studi erano stati condotti su due gruppi di ratti, uno di maschi e uno di femmine, a cui erano stati somministrati dosaggi controllati di No. 2 per un determinato periodo di osservazione. Sebbene la comunità scientifica americana avesse subito rigettato le metodologie con cui cui erano state condotte le ricerche (la razza di cavie utilizzate era naturalmente predisposta ai tumori, inoltre i tumori erano controintuitivamente più frequenti a dosaggi più bassi di colorante), nei successivi quattro anni la FDA cercò di riprodurne i risultati. Nel 1975 fu commissionato lo studio che avrebbe dovuto dire la parola definitiva sulla relazione tra No. 2 e tumori. La ricerca fu condotta in maniera disastrosa (uno scienziato l’avrebbe in seguito definito: “l’esperimento più penoso al quale abbia mai assistito”[1]). I risultati conclusivi della ricerca indussero l’FDA a dichiarare che il colorante non aveva avuto alcun effetto negativo sui topi, salvo essere poi smentiti subito dopo da altri studiosi.

Nel frattempo le associazioni dei consumatori statunitensi, percependo una presunta collusione tra la FDA e l’industria alimentare, inziarono ad esercitare forti pressioni affinché venisse vietato l’utilizzo del colorante che in quel momento era presente sul mercato in prodotti per un valore complessivo di circa 10 miliardi di dollari tra alimentari, medicine e cosmetici[1].

In un meccanismo non dissimile a quello al quale assistiamo ancora oggi (come nei casi di presunta correlazione tra vaccini e autismo o tra aspartame e tumori) l’opinione pubblica, influenzata da un certo tipo di stampa e di politica, si era convinta della pericolosità della sostanza e vedeva con sospetto o aperta ostilità ogni tentativo di riportare la discussione dal piano emotivo a quello puramente scientifico.

Il commissario dell’FDA, Alexander Schmidt, si vide quindi costretto a respingere accuse di collusione e negligenza fino a quando, nel Gennaio del 1976, sopraffatto dalle insistenti pressioni di associazioni e politici, affermò che, pur non essendovi evidenza di alcun rischio per la salute pubblica, al colorante No. 2 non sarebbe stata rinnovata la certificazione GRAS. La presunzione di sicurezza del colorante decadde e ne fu proibito ogni futuro utilizzo. Da notare che il colorante non fu effettivamente dichiarato nocivo (nessuno studio ne aveva dimostrato l’effettiva pericolosità), per cui i prodotti già in vendita non furono ritirati dal mercato. Curiosamente, il colorante sostitutivo adottato dalla FDA, il “No. 40”, non era stato sottoposto a tutti i controlli di sicurezza ai quali era stato sottoposto il No. 2[1].

Il “terrore rosso” aveva di fatto causato l’estromissione dal mercato di un prodotto provatamente sicuro. A nulla erano valse le obiezioni degli scienziati, i quali osservavano che, per assimilare una quantità di No. 2 paragonabile a quella utilizzata sui ratti per “l’esperimento più penoso mai visto”, un uomo avrebbe dovuto assumere l’equivalente di circa 7.500 lattine di bibite al giorno[1].

I media americani alimentarono il panico dei consumatori titolando di agenti cancerogeni rintracciati nel colorante e le aziende produttrici si videro costrette a ritirare dal mercato i propri prodotti, in alcuni casi anche quando questi non contenevano affatto il colorante in questione.

Il caso delle M&M’s rosse

Le M&M’s rosse, presenti nei pacchetti insieme a quelle degli altri colori, subirono la stessa sorte: nel 1976 cessarono di essere prodotte e furono sostituite da quelle arancioni (a proposito: sapreste elencare tutti i colori delle M&M’s? Di seguito un grafico con la timeline di tutti i colori dal 1940 al 2010).

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In realtà le M&M’s rosse non contevano affatto il colorante No. 2. Ciò nonostante l’azienda produttrice, la Mars, trovò più conveniente assecondare l’ansia collettiva e rimuovere dal mix i confetti rossi piuttosto che cercare di convincere i consumatori della sicurezza del proprio prodotto[1][5].

Le M&M’s rosse furono reintrodotte più di dieci anni dopo soprattutto grazie agli sforzi di Paul S. Hethmon, che non volle rassegnarsi a rinunciare agli amati confetti rossi. Paul portò avanti una vera e propria campagna per la loro reintroduzione, riuscendo ad ottenerla nel 1987, quando in molti si erano ormai dimenticati del caso del 1975.

Sviluppi recenti

Fuori dagli USA il No. 2 rimase legale in molti paesi, tra cui il Regno Unito, e nel 2010 è stato dichiarato (per l’ennesima volta) innocuo, questa volta dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA). Negli Stati Uniti le industrie alimentari potrebbero lanciare una petizione per la rilegalizzazione del colorante qualora ne fosse dimostrata la sicurezza sugli animali. Si tratta però di test piuttosto dispendiosi, e il sostituto del No. 2, il No. 40, è approvato dalla FDA e disponibile negli USA e in Canada, pertanto è improbabile che ciò avvenga[6].

 

Fonti:

[1] Adam J. Lieberman and Simona C. Kwon, M.P.H. Facts Vs. Fears: A Review of the Greatest Unfounded Health Scares of Recent TimesAm Cncl on Science, Health, 1997.

[2] Food and Drug Administration’s Regulation of Food Additives. January  13,  1977.

[3] Andrianova, M. M. Carcinogenic properties of the red food dyes Amaranth, Ponceau SX and Ponceau 4RVoprosy Pitaniya 29.5, 1970.

[4] Stenberg, AI, and Ev Gavrilenko. Effect of the food dye amaranth on reproductive function and the development of the progeny in tests on white ratsVoprosy Pitaniya 29.2, 1970.

[5] Pagina archiviata dal vecchio sito delle M&M’shttp://web.archive.org/web/20070920184257/http://us.mms.com/us/about/history/story/

[6] Stanley T. Omaye. Food and Nutritional Toxicology. Technology & Engineering. CRC Press2004.

 

 

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